EFFETTI OCCUPAZIONALI DELL’AI

L’impatto dell’Intelligenza Artificiale sul lavoro fa ovviamente paura. In 34 paesi su 37, la maggioranza degli adulti ritiene che l’AI ridurrà i posti di lavoro nei prossimi 20 anni. La quota più alta di questa convinzione si riscontra in Australia, Corea del Sud (76%), USA (71%), Grecia (68%). In Italia il 55% prevede meno posti, il 7% più posti, e il 23% è dubbioso. Nello studio del Pew Research Center di settembre 2026,[1] la percezione sul ruolo dell’Intelligenza Artificiale nell’occupazione è correlata al PIL pro capite: i paesi più ricchi hanno maggior paura di perdita di lavoro (con alcune eccezioni). La percezione varia molto con l’età e col livello di consapevolezza sull’AI: i giovani sono generalmente i più informati, mentre chi ha istruzione e reddito basso è più incerto. In Italia i meno informati sono anche i più preoccupati. Il 36% pensa che l’AI aumenterà la disuguaglianza e aggraverà il divario economico. Non siamo ancora in grado di comprendere le implicazioni complessive del dibattito, ma i dati negli USA[2] -dove la diffusione dell’AI è più avanzata- ci dicono che l’adozione dell’AI ha effettivamente rallentato la crescita dell’occupazione, colpendo soprattutto i lavoratori senza laurea (che svolgono mansioni standardizzabili o di routine) e i settori tradizionali, come quello manifatturiero e dei servizi. Cioè si penalizzano le mansioni più elementari, ma questo potrebbe essere un dato del passato. Attualmente, essendo l’AI generativa più collegata alle abilità cognitive, ci si aspetta una maggiore esposizione di attività lavorative più sofisticate. Oltre l’automazione, la vera sostituzione?


[1]  “Globally, More People Expect AI to Cause Job Loss Than Growth” (Spring 2026 Global Attitudes Survey).

[2] “Artificial intelligence and jobs: evidence from US commuting zones”.

Iscriviti alla newsletter