LAVORARE STANCA, E METTE PURE ANSIA

Secondo European Working Conditions Survey (Ewcs), riportata da lavoce.info, la salute dei lavoratori è una componente fondamentale della produttività e della sostenibilità dei sistemi di welfare. Tra le sue dimensioni, la salute mentale è forse la più sottovalutata: difficile da misurare, spesso invisibile nei dati ufficiali, ma con costi rilevanti per le imprese, i lavoratori ed i sistemi sanitari. Se si misura la quota di lavoratori che hanno dichiarato l’ansia come problema di salute negli ultimi dodici mesi, nel 2010 il dato era dell’8,6 per cento; nel 2015 era salito al 14,7 per cento; nel 2024 ha raggiunto il 20,7 per cento. Le differenze per genere e per età sono marcate: tra le donne l’ansia nel 2024 supera il 25 per cento, contro il 16% tra gli uomini. I giovani di 16-29 anni mostrano l’aumento più pronunciato: dal 6,4 per cento del 2010 al 20,9 per cento del 2024, quasi triplicando in quindici anni. Tra le cause osservate, quelle psicosociali sembrano avere un ruolo particolarmente rilevante: la qualità delle relazioni sul luogo di lavoro, il sostegno ricevuto da colleghi e superiori, il grado di autonomia e la gestione dell’intensità del lavoro emergono come fattori importanti nel legame tra condizioni di lavoro e salute mentale. Questo suggerisce che le politiche per il lavoro non devono limitarsi a intervenire sui soli aspetti contrattuali o salariali, ma anche sull’organizzazione quotidiana del lavoro, la qualità della gestione e la prevenzione dei rischi psicosociali. In più, se una popolazione attiva che si riduce e invecchia impone di trattenere più persone nel mercato del lavoro, occorre anche affrontare il deterioramento della salute mentale, in quanto i lavoratori più anziani presentano livelli più elevati di rischio. Lavorare meglio, lavorare tutti.

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