UN 2023 PIENO DI LAVORO

Secondo Bruno Anastasia su LaVoce tutte le fonti disponibili indicano una crescita dell’occupazione che si è attestata attorno alle 400-500 mila unità e risulta almeno il doppio se si considera l’intero periodo 2019-2023: la caduta intervenuta durante il Covid è stata quindi ampiamente recuperata. Tutta la crescita è imputabile al lavoro dipendente, e soprattutto al tempo indeterminato: Istat si spinge fino a considerarla esclusiva. L’incidenza del part-time nel post-Covid non è aumentata, anzi: secondo Inps tra le assunzioni a tempo indeterminato quelle a part time incidevano per il 40 per cento (o più) negli anni pre-Covid, mentre nell’ultimo biennio sono state il 32-33 per cento; secondo Istat i dipendenti a part time nel 2019 erano il 26 per cento, nel 2023 sono scesi al 23. L’incontro tra domanda e offerta di lavoro è via via divenuto più problematico perché non si tratta semplicemente di far circolare le informazioni sui disoccupati (in contrazione) dal lato dell’offerta, e sui posti vacanti dal lato della domanda. Di mezzo ci sono le competenze possedute che non corrispondono a quelle richieste, le gradazioni diversificate di disponibilità dell’offerta (in tema di orari, mobilità e altro), la domanda (soprattutto) dei giovani di percorsi di crescita e riconoscimento professionale e salariale, le esigenze di fidelizzazione delle imprese. In molti contesti le aziende non sono in grado di imporre unilateralmente le proprie condizioni, mentre per molte categorie di lavoratori le possibilità di scelta si sono dilatate, incluse (specie per i giovani istruiti) le opzioni di exit (verso l’estero). Poi non ci lamentiamo se, “inspiegabilmente”, le imprese turistiche non trovano lavoratori.

Iscriviti alla newsletter