I dati recentemente diffusi da Confindustria Alberghi raccontano un Paese in cui le assunzioni nel settore turistico sono il traino dell’occupazione italiana, con retribuzioni in linea con gli altri settori: 21mila euro annui lordi per un livello D1, 34mila per un livello A1, 60mila per un General manager, oltre i 50mila per un Hotel manager o per un Executive chef, ecc. Sfortunatamente, la realtà è ben più dura. A fronte di un aumento tendenziale del numero dei lavoratori, corrisponde nella maggior parte dei casi una bassa qualifica: il 92% degli addetti sono operai o apprendisti, contro una media del 57% di tutta l’economia (dati INPS). Di conseguenza, il salario che riceve un lavoratore del turismo è in media meno della metà di quello di un dipendente italiano (11,4 mila euro l’anno versus 24,5 mila, sempre dati INPS). Con il 52% dei lavoratori impiegati che hanno un contratto di lavoro part-time (a fronte del 27% nella media di tutta l’economia – ancora dati INPS), il turismo ha anche una fortissima componente di precarietà, ed anche di irregolarità: il 31% dei lavoratori in nero accertati dall’Ispettorato del lavoro nel 2024 ha riguardato le imprese di alloggio e ristorazione. Quindi, chi ha ragione?




