Dal 1986 The Economist usa il prezzo del Big Mac per valutare se le monete siano al loro livello “corretto”. Il panino a doppio strato si adatta in modo unico a questo compito grazie alla sua uniformità (è sempre uguale dappertutto) e capillarità (è in tutto il mondo). Queste caratteristiche lo rendono uno strumento utile anche per confrontare i salari. Piuttosto che convertire le buste paga ai volatili tassi di cambio di mercato, questo indice dei “McSalari” confronta il numero di Big Mac che un lavoratore medio può permettersi con i propri guadagni. Manco a dirlo, vincono gli USA, che se ne aggiudicano la bellezza di 10.200 anno ciascuno, una media di 28 al giorno, come nel famoso documentario Super Size Me. Noi italiani siamo fermi al 26° posto in classifica, con soli 3.600 l’anno, poco meno di 10 al giorno. Potremmo consolarci con la dieta mediterranea e le sue qualità salutistiche, ma resta il fatto che i nostri salari sono circa un terzo di quelli americani. Mangiane ancora, Sam.




