Durante la pandemia il lavoro da remoto ha avuto un forte impulso in Italia, passando dal 4,8% del 2018-2019 al 15,1% nel 2021. Secondo Istat, nel 2023 si è stabilizzato al 13,8% degli occupati. Le differenze territoriali sono marcate: il Lazio guida con il 21,5%, mentre nel Mezzogiorno quasi nessuna regione supera il 10%. Tra i settori, primeggia quello dell’informazione e comunicazione (60,2%), mentre agricoltura, ristorazione e sanità restano esclusi. Il lavoro agile è più diffuso tra le donne (15,2% contro il 12,7% degli uomini), nella fascia d’età 30-49 anni e tra chi ha un titolo di studio elevato, con quasi il 29% dei laureati che lavora da remoto. Le grandi città trainano il fenomeno, con Milano in testa al 38,3%, seguita da Roma (29,4%) e Bologna (27,7%). A livello europeo lo smart working per “almeno la metà dei giorni” supera il 20% in Finlandia ed Irlanda, mentre è del tutto marginale nei Balcani. La controriforma però avanza: a decine le imprese cercano di riconquistare lavoratori riottosi in presenza, e questo è diventato un nuovo terreno di contrattazione. Per i lavoratori lo slogan potrebbe essere “prendimi (a lavorare), ma lasciami (a casa)”.




